Vincitori e vinti

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In queste giornate che ci offrono forsennati festeggiamenti, inconsolabili disperazioni, polemiche e discussioni aspre fino all’omicidio per le vicende del campionato mondiale di calcio, mi sono tornate alla mente alcune riflessioni di qualche anno fa.

Nel 1985, dopo lunghe e tormentate vicende, fu assegnato il titolo di campione del mondo di scacchi a Garry Kasparov, che aveva sconfitto Anatolij Karpov. I due si scontrarono altre volte negli anni successivi, e Kasparov mantenne sempre il titolo.

Nel 1990, la situazione complessiva delle partite giocate tra loro nei cinque incontri disputati per il campionato del mondo era questa: avevano giocato 144 partite, delle quali 104 si erano concluse con una patta, 19 erano state vinte da Karpov e 21 erano state vinte da Kasparov. Due punti di scarto in sei anni, cinque incontri e 144 partite! Nel 1987 l’incontro si concluse in parità, 12 a 12, ed a norma di regolamento il campione conservò il titolo.

Per qualsiasi storia degli scacchi, dal 1985 al 1990 Garry Kasparov fu il campione del mondo, e su questo non c’è dubbio.

Ora vorrei spostarmi all’inizio del secolo (scacchistico) scorso. Il grande Emanuel Lasker, uno dei più forti giocatori della storia, fu campione del mondo per ventisette anni: dal 1894 al 1921. Allora non esisteva la Federazione Internazionale, e le regole delle sfide per il titolo si contrattavano di volta in volta. Ovviamente il campione in carica aveva maggior forza contrattuale e riusciva ad imporre regole palesemente inique (ed anche ad evitare avversari sgraditi). Non tutti sanno quel che accadde nel 1910, quando Lasker ebbe come avversario Carl Schlechter. Sembra, anche se qualcuno nega che sia accertato, che Lasker avesse imposto la regola che lo sfidante dovesse vincere di due punti su dieci partite per togliergli il titolo. Di fatto, si arrivò all’ultima partita con Schlechter in vantaggio di un punto. Si presentò una situazione nella quale lo sfidante, con il nero, avrebbe potuto facilmente forzare la patta e vincere l’incontro di un punto. Invece, fece una mossa dubbia che però gli forniva una possibilità di vincere, e perse. È verosimile concludere che un giocatore della sua forza ed esperienza abbia giocato così solamente perché costretto a cercare di guadagnare il secondo punto, e non per non aver individuato la possibilità di pattare. L’incontro finì così con un pareggio, e Lasker conservò il titolo. Sono un grande ammiratore di Emanuel Lasker, ma per quanto mi riguarda nel 1910 lo scacchista più forte del mondo era Carl Schlechter.

Comunque sia, per qualsiasi storia degli scacchi, dal 1894 al 1921 Lasker fu il campione del mondo, come dal 1985 al 1990 lo fu Kasparov, ed anche su questo non c’è dubbio.

A questo punto vorrei fare qualche ipotesi. Supponiamo che un campionato del mondo possa concludersi con un’assegnazione ex aequo: due campioni a pari merito. Strano? Per la cultura dominante, sì. Si tratta, però, di una convenzione che non riflette i valori in campo, forzando l’esistenza di un vincitore. Qualcuno è in grado di dimostrare che debba necessariamente esistere un singolo giocatore più forte di tutti gli altri? Certamente no. Personalmente, non mi disturba minimamente l’idea che esistano due, o anche più, campioni del mondo di qualcosa.

L’esigenza di stabilire un vincitore va molto oltre il desiderio della sportiva determinazione del più forte e l’espressione della simpatia per uno dei contendenti. Fornisce ai molti che ne hanno bisogno un punto di riferimento ed una ragione di compiacimento, permette a rivalità e frustrazioni di esprimersi, permette d’identificarsi con un gruppo illudendosi di acquisirne la forza, permette a bulli e teppisti di trovare un pretesto per le loro azioni delinquenziali, permette a molti affaristi senza scrupoli di arricchirsi a spese della comune ingenuità e della salute degli atleti. Tutte cose che con la competizione sportiva hanno assai poco a che vedere.

Non sostengo, ovviamente, che le classifiche non riflettano, in generale, la forza dei contendenti. Negli anni di Kasparov e Karpov, mentre la differenza tra l’uno e l’altro era minima, quella tra entrambi e gli altri giocatori era notevole. I punti che metto in discussione sono:

  • l’individuazione forzata e l’enfatizzazione del “numero uno”, che spesso, anche se non sempre, non esiste;
  • l’enfatizzazione di minime differenze rispetto ad enormi somiglianze;
  • la dipendenza delle classifiche da regole arbitrarie

Mi soffermerò sui primi due punti, riservando il terzo a future riflessioni.

Perché abbiamo bisogno di classifiche, vincitori e numeri uno? Credo che la ragione di fondo sia l’esigenza umana di dare un senso alla realtà, categorizzandola e denominandola, costruendo certezze dove non ci sono che qualche ipotesi e molti punti interrogativi. Ora, questo processo è, entro certi limiti, necessario alla nostra conoscenza ancorché inevitabilmente arbitrario. Non possiamo conoscere senza distorcere. Però possiamo imparare a mantenere un distacco che ci permetta di vedere le cose sotto diversi punti di vista, ampliare le prospettive e capire di più. Soprattutto, possiamo imparare una delle lezioni più difficili: convivere con l’incertezza. Chi è il più forte scacchista del mondo? Io non lo so, non so se abbia senso chiederselo e sto benissimo così. C’è un campione del mondo, l’indiano Vishy Anand. È fortissimo ed io lo ammiro molto, però c’è chi dubita che sia effettivamente più forte del suo ultimo avversario, Veselin Topalov. Che bisogno c’è di sceglierne uno? Nel mio mondo mentale c’è spazio per entrambi. Forse non sono propriamente amici, ma qui da me convivono tranquillamente…

La valutazione d’insieme di un incontro di scacchi incerto potrebbe iniziare in modo simile a questo: “I due avversari hanno un livello di gioco sostanzialmente pari, X appare leggermente più forte nel trattamento dei finali, Y esce più spesso in posizione vantaggiosa dall’apertura. Nel gioco combinativo si equivalgono. X ha vinto una partita in più su 24 in una giornata nella quale il suo avversario era lievemente deconcentrato per ragioni personali…”.

Non sto certo sostenendo che vada abolita la competitività. La contrapposizione binaria vincitore – sconfitto è invece convenzionale, nasconde molti dati significativi su ciò che accade e semplifica situazioni complesse fino all’insulto all’intelligenza.

Mi torna alla mente una scena che si presentò ai miei occhi alcuni anni fa.

Mi trovavo in un bel circolo sportivo nei dintorni di Roma, dove si svolgeva un torneo femminile di tennis di buon livello. Seguii una parte di un incontro, osservando compiaciuto le due giocatrici che offrivano un piacevole spettacolo. Terminata la partita, stavo camminando per un vialetto del circolo, circondato da prati, piante ed alberi in una splendida giornata di settembre. Seduta su una panchina c’era una delle due ragazze, una tennista brava e graziosa. Piangeva disperata, con la testa nascosta tra le mani, per aver perso.

Non vi sembra che qualcosa non quadri?  

4 comments

  1. Trovo che l'espressione di Roberto "cercare asintoticamente il perfezionamento delle prestazioni" sia fantastica anche se apre un nuova questione: che cos'è la perfezione? Un assioma dal quale partire o un astratto a cui aspirare o un modello da migliorare…? In ogni settore, scientifico e sportivo, esistono dei limiti che l'essere umano segna in base a dove è riuscito ad arrivare. Non per questo lo considera insuperabile, ma anzi è la sfida al superamento di tali barriere col conseguente ampliamento delle nostre conoscenze.
    Ritengo che, nel discutere di questo argomento, sia più importante il COME viene raggiunto il limite o si cerca di superarlo perchè la competizione è, quasi sempre, doppia. Nel senso che di solito e specialmente nelle competizioni sportive ci si misura con un avversario relativo (l'altro concorrente, atleta, squadra etc.), ma ce n'è sempre un altro più assoluto, che è il limite umano, il primato, il record, l'optimum, il "gesto perfetto".
    Ci sono sport, come il bowling, in cui la partita perfetta esiste e non si può fare meglio di 11 strikes. Ma è facile alzare la posta e cominciare  contare quante partite perfette si possono fare. E' così per ogni cosa. E adesso sto per dire quello che è naturale e lapalissiano e scontato e forse anche retorico, ma sono l'etica e l'onestà a fare la differenza tra il vincere e il non essere sconfitti. In definitiva l'avversario assoluto è comunque sempre dentro sé stessi: come posso dire di aver vinto davvero se non mi sono confrontato con l'avversario più forte o se per raggiungere e superare il mio limite umano sono ricorso ad artifici (come il doping)? Diceva De Coubertin: non importa chi vince, quando si è partecipato con onore e dando il massimo delle proprie possibilità.
    Certo, una sconfitta, al momento, brucia sempre. Ma se si compete in quest'ottica le lacrime si asciugano rapidamente e l'anima resta intatta. Pronta per nuove sfide.

  2. La determinazione del vincitore difficilmente è semplice e quasi sempre il metodo per ottenere il responso presta il fianco a critiche di carattere pratico e metodologico. Escludendo il semplice caso in cui ci siano due soli contendenti, chi può stabilire oltre ogni ragionevole dubbio quale sia il migliore in un insieme, per esempio, di tre candidati? Esiste una vasta letteratura, scientifica e non, sull'argomento. E le conclusioni sono bel lungi dall'essere univoche. Il semplice sistema a tabellone, per esempio, non garantisce che il vincitore sia più forte di tutti ma solo, al massimo, di quelli che ha battuto lui. Stessa cosa si potrebbe dire nella sociologia del consenso popolare, in cui non sempre il candidato che vince le elezioni è necessariamente il più gradito.

    La storia degli scacchi è ricca di episodi come quello citato da Arnaldo, alcuni che hanno rasentato il caso umano.
    Paul Morphy, ragazzo prodigio statunitense e certamente tra i grandi di tutti i tempi, tentò in tutti i modi di incontrare davanti ad una scacchiera quello che era ritenuto il più forte giocatore europeo: Howard Staunton. Costui, però, accampò i motivi più vari per evitarlo e, infatti, non si incontrarono mai. Morphy passò alla storia grazie ad una carriera fulgida, anche se brevissima. Ma possiamo davvero dire che fosse il migliore?

    In tempi meno remoti, Alexandr Alechin era già Campione del Mondo e doveva scegliere lo sfidante. Convinto che il cubano Josè Raul Capablanca fosse un osso duro (aveva soffiato proprio a lui il titolo, dopo un match leggendario e non senza aver compiuto una vera e propria impresa), fece cadere la propria scelta sull'olandese Machgielis "Max" Euwe, senz'altro non l'ultimo arrivato, ma certo non al livello dei due nominati. Eppure, anche grazie al comportamento irresponsabile del campione in carica che spesso si presentava al tavolo ubriaco, il professore olandese riuscì nell'impresa da tutti ritenuta impossibile. Ancora oggi tutti ritengono quell'episodio un mero incidente, non dovuto alla superiorità del vincitore, ma a fattori particolari e irripetibili.

    Dunque, primeggiare è questione sulla quale non è possibile teorizzare. Al massimo si può dire che, in un certo momento e in un certo luogo e sotto particolari condizioni, si è verificato un evento con un dato esito. La storia dei Campionati del Mondo di Calcio del 1982 (e anche del 2006) ci dovrebbe ricordare qualcosa…

    Dovremmo probabilmente imparare a dare il giusto peso alle competizioni ed ai titoli che esse conferiscono. Lo sport non dovrebbe servire per eleggere il migliore, ma a cercare asintoticamente il perfezionamento delle prestazioni.

  3. Arnaldo, auguri per questa creatura, che è netta, lucida, poetica e che ti corrisponde in pieno. A presto confrontarci.

    • Rosella, ti ringrazio per il tuo graditissimo saluto.
      Ma adesso come faccio a convincere gli altri miei due lettori che non è sponsorizzato?

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