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Il mese scorso si è diffusa sul web la notizia che il monte più alto della Terra non è l’Everest ma il Chimborazo, nelle Ande ecuadoriane.

L’Everest è il più alto sul livello del mare. Però, data la forma schiacciata della Terra, la cima più distante dal suo centro è appunto quella del Chimborazo. Intorno all’equatore il livello del mare è più lontano dal centro della Terra di quanto lo sia alla latitudine dell’Everest.

In realtà l’ipotesi è stata fatta qualche anno fa, ma adesso è stata confermata da una spedizione.

Questa storia presenta più di un punto di interesse.

Che l’Everest fosse il monte più alto del pianeta lo imparavamo alle scuole elementari, ed era scontato e fuori discussione. Era un fatto, e non si discuteva.

Ricordo ancora che all’ultimo anno di liceo – correva l’anno 1968! – anche la mia scuola fu lambita dalle onde della contestazione e qualche compagno (di classe!) avanzò rivendicazioni di un maggiore colloquio. Il professore di scienze ebbe a rilevare che sì, il colloquio andava bene, ma che cosa ci sarebbe stato da colloquiare se ci diceva che il Sole si trova a centocinquanta milioni di chilometri dalla Terra? È così e basta, perbacco!

Ahinoi, molti uomini di scienza (che poi il professore in questione lo fosse è un altro paio di maniche) tendono ad ignorarne la storia, e a sopravvalutare le nostre attuali conoscenze come se fossero un punto di arrivo e non il brancolare da semianalfabeti del sapere che verosimilmente sono. Quelli che qualsiasi fisico di fine Ottocento considerava fatti stabiliti con assoluta certezza hanno cessato di essere tali in pochi decenni. L’intera visione meccanicistica e deterministica dell’Universo è crollata come la New Town dell’Aquila.

Ma non intendo intrattenere i miei pazienti lettori sui limiti della conoscenza scientifica (per oggi…).

Vorrei invece soffermarmi brevemente su quello che usiamo definire “un fatto”. Prima che girasse la faccenda del Chimborazo (quasi) tutti, di fronte all’affermazione “Il monte più alto della Terra è l’Everest”, avrebbero convenuto che, ovviamente, “è un fatto”, e tanti lo sosterrebbero ancora oggi.

Il punto è che quell’affermazione non descrive un fatto, ma una serie di interpretazioni. L’espressione “Il monte più alto” non ha un significato univoco, come è risultato evidente dal sorpasso del Chimborazo. Che significa “più alto”? Niente di definito, come si è visto.

Questo avviene per ogni frase che possiamo comporre. Non esistono nudi fatti.

E qui viene il bello.

Dell’inesistenza dei nudi fatti si è accorto, tra gli altri, il geniale quanto controverso Nietzsche, la cui considerazione “Non esistono fatti ma solo interpretazioni” è ormai un luogo comune, declinato in varie forme dai filosofi della galassia postmoderna. Però, non è un fatto neppure questo!

L’acuta affermazione nietzschiana andrebbe secondo me riformulata in questi più prudenti termini: non esistono fatti senza interpretazioni. Come sostiene una corrente di pensiero alla quale apparteneva anche Umberto Eco, anche se non siamo in grado di formulare nudi fatti, esiste pur sempre un limite all’interpretazione. Se io dico che l’Everest è un monte di cocci come Testaccio non c’è interpretazione che possa renderlo vero.

So bene di avere sfiorato la superficie un argomento che si può estendere all’infinito, ma non temete: per adesso mi fermo qui.

Volevo solo sottolineare, in tempi di conclusioni sbrigative, fede nelle apparenze e giudizi istantanei, sincopati e contundenti, che il processo della conoscenza è laborioso e per sua natura umile. Non conosciamo fatti ma non possiamo prescinderne; e dobbiamo in qualche modo orientarci in una selva oscura nella quale qualche raggio di sole si fa strada tra i rami.

Qualcosa sappiamo, e potremmo utilmente dedicarci ad accrescere la nostra conoscenza se non fossimo mossi da motivazioni assai diverse dal desiderio di sapere…

Ne riparliamo, eh!